Il lavoro ai tempi del nonsenso

Schiavi africani XIX secolo, trovata in rete

Ve lo dico chiaramente: è diventato particolarmente difficile per me parlare di lavoro e downshifting in questo particolare momento.

DownshiftingBaby è un blog scherzoso, semiserio, che racconta cose abbastanza false attraverso i miei pensieri sempre veri. Non parla di attualità, società, cultura in senso politico. Per me è addirittura più web narrativa, brevi ipertesti assurdi che hanno la funzione di liberare me dalle mie angosce. Che poi a volte tutto abbia dei risvolti fortemente legati all’attualità è abbastanza normale.

Quando mi stacco dalla fiction brevissima e fulminea del blog, spesso mi tuffo nella descrizione di alcuni fatti e situazioni tipici delle aziende italiane, in molte delle quali ho lavorato, e di certo invento tutto, ma prendendo ogni spunto dalla più vera delle realtà.

Ordunque, in questo paese, come nelle aziende che ne sono il riflesso, stanno accadendo cose mostruose per un’epoca e una parte di mondo che molti si ostinano a giudicare civile.

Solo un esempio: l’8 maggio ben tre persone si sono suicidate a causa della mancanza prolungata di lavoro e la morsa dei conseguenti debiti. Erano due operai del Sud e un imprenditore milanese residente nel varesotto. L’operaio edile di 62 anni ha scritto un biglietto: “Senza lavoro non si può vivere”. Sempre in quei giorni una ragazzina di 15 anni riesce a salvare il padre che si era impiccato, gli sostiene le gambe, grida e aspetta che arrivi qualcuno. Lui, il muratore di Lecco, si salva, ma tantissimi altri no.

Ecco, c’è gente che si ammazza tutti giorni, al Sud come al Nord, senza differenza di estrazione sociale e culturale, a causa del lavoro e dei soldi.

Non voglio dire molto altro, se non che, appunto, è diventato difficile e quasi doloroso scrivere di lavoro e l’unica altra cosa che mi viene in mente è che la scorsa settimana da me in azienda si sono messe a piangere nei corridoi 4 persone davanti ai miei occhi, fra cui io stessa. Il futile motivo? Stress. Anche un uomo di 44 anni singnhiozzava come un ragazzino. I capi lo accusano di non portare a casa risultati (impossibili, che aumentano di giorno in giorno in base a quanto serve che sia, ma non tarati sulle vere possibilità), gli hanno tagliato le ferie, i fine settimana li passa in ufficio da mesi. Ha un figlio piccolo che non vede mai. Ha una moglie che non vede mai. Questa storia va avanti da Natale. E piangeva.

Chi non ha lavoro si ammazza, chi ha lavoro deve lavorare per tutti quelli a cui e’ stata tolta la possibilita’ di farlo, chi lavora oggi non si ammazza, ma non ha piu’ una vita fuori dall’ufficio.

E la vita dentro l’ufficio oggi significa che devi fare tutto cio’ che ti chiedono, a prescindere dalla tua professionalita’, da tutto quello che e’ la legge, dal buon senso e dalla giustizia.


11 commenti on “Il lavoro ai tempi del nonsenso”

  1. Exodus scrive:

    Ciao,

    è il più bel posto del tuo ultimo periodo, sei adorabile quando hai questi lampi di realistica lucidità

    ne ho parlato altrove, posso dirti che in realtà riguardo ai suicidi, ci sono sempre stati solo che in questo momento i media ne parlano di più enfatizzando in relazione alla «crisi» perché la crisi «vende». La disperazione c’è sempre stata, per lavoro e non, dove abitavo in Sicilia c’era un ponte con piloni di 80 e più metri ove si andavano a suicidare le persone buttandosi. I media neppure lo riportavano. Adesso è il momento, il fatto «vende». C’è una percezione diversa. Eppure i suicidi sono una esigua parte delle morti sul lavoro,ma in questo momento le morti sul lavoro «vendono» di meno.

    Caso davvero eclatante invece è avvenuto in Francia, alla Telecom di questo paese, un numero incredibile di suicidi in questa azienda, tutte persone lanciatesi dalle finestre nel vuoto, il passaggio dal settore pubblico al privato e le richieste folli dell’azienda ha causato un disastro psicologico, un numero folle di morti. Soluzioni trovate? Finestre sbarrate e impegno a «non suicidarsi» fatto firmare dai dipendenti, così l’azienda si è messa al sicuro da eventuali cause civili.

    Adesso aggiungo qualcosa circa la decrescita o il downshifting, l’ho già scritto da altre parti, un anno fa, sono concetti già «vecchi», che potevano essere pensati negli anni 70-80 per una società in piena crescita che stava costruendo un futuro disastroso, adesso possono al massimo essere usati per mettere una pezza, ma «pezza» a cosa, come si può parlare di decrescita, deindustrializzazione, meno lavoro, in un mondo, il nostro, che già recede/decresce di suo, che già dismette di suo le industrie e importa dall’estero, che già non ha bisogno di tutta questa forza lavoro? Allego il commento:

    «mi è successa una cosa strana, leggendo il post mi è sembrato… “vecchio”. Non perché le cose scritte non siano vere, affatto, ma sono appunto “vecchie”. Noi scegliamo le cose “vecchie”. viviamo cose “vecchie”. Applichiamo (cerchiamo di applicare soluzioni) “vecchie”. Cerchiamo soluzioni che potevano andare bene negli anni ’60 quando l’impatto della modernità, dell’industrializzazione, del cambiamento di costumi ci ha colti impreparati, ma alla fine siamo rimasti lì. Ci sono voluti cinquant’anni per scoprirsi ammalati. Questo vuol dire che “quelle” soluzioni non vanno bene, perché presuppongono un tempo di consapevolezza, applicazione, cambiamento, tali che… quando abbiamo fatto tutto per benino, quando abbiamo trovato la “cura”, la vita è già trascorsa finita.

    I “problemi”, chiamiamoli così, sono vecchi, ma anche le “soluzioni”. E’ tutto vecchio. non può andare bene, è già sorpassato, il mondo è cambiato, ciò che permette all’uomo di fronteggiare gli eventi è sì l’esperienza, ma soprattutto la creatività nell’affrontare le situazioni nuove. C’è una carenza di creatività in giro che è spaventosa, si procede per accumulazione, sedimentazione, prova, riprova e straprova, quando fai bene le cose la cura stessa è vecchia, il batterio ha sviluppato nuovi ceppi

    Noi non possiamo più parlare di reddito, rendita, socialità, generazioni, etc… nell’arco di dieci anni sono saltate tutte le certezze, i modelli di cui si parla oggi, anche se avessero solo dieci anni, quindi “recenti” sono totalmente inadeguati. E’ una lotta contro un avversario che muta continuamente, tu non puoi restare lo stesso, non puoi avere un modello fisso “sapienziale”, e neanche “creativo” in senso classico, ma reattivo. Occorre liberarsi di tutto ciò che è inutile e forse nell’inutile rientrano anche le soluzioni di ieri, fare tabula rasa, ripartire senza paura, leggeri. Per un solo motivo: non c’è alternativa, né per il ricco, né per il povero, né per il downshifter, né per il disoccupato: questo mondo divora tutti.»

    Non possiamo procedere per slogan abbiamo bisogno di misure pratiche e immediate. Fare, adesso, e non preoccuparsi se ciò che facciamo è crescita o decrescita. Ho sorriso leggendo una dichiarazione di Serge Latouche, padre della «decroissance», decrescita, in cui egli stesso afferma che «decrescita» è uno slogan, serve a dare un indicazione ma nulla di più, è una tendenza. ma, alla fine, ogni giorno dobbiamo confrontarci con il nostro mondo, i nostri limiti e trovare la nostra strada, che magari non piace, magari non è ancora inquadrata in alcun pensiero organizzato né lo sarà mai, magari soddisfa nostri bisogni e quelli di nessun altro,quindi non è neanche comprensibile ai più, ma è ciò che riempie la nostra esistenza di qualche significato, quello che solo noi gli diamo.

    Sylvie, la vita è troppo bella e ancora piena di nuove cose, solo che non abbiamo occhi per vederla, siamo troppo assuefatti ed è troppa la distanza tra ciò che vorremmo e ciò che la vita ci offre. Così restiamo attaccati a ciò che vorremmo e perdiamo ciò che la vita regala.

    Ciao

  2. Exodus scrive:

    Aggiungo questo per quanto riguarda lo stress da lavoro che sta colpendo in misura così rilevante, non suicidi, ma malessere: chi segue i media, legge le notizie, ascolta la radio, guarda la TV, è impossibile che non si faccia coinvolgere in questa spirale di disperazione, anche se non avrebbe in fondo da temere. L’effetto contagio era presente già nel medioevo, è qualcosa di irrazionale spesso ma coinvolge tutti ugualmente, come la febbre da calcio o la compassione per le vittime di uno tsunami. Io non seguo i media quindi non ne vengo tanto colpito, ma rimango ugualmente impressionato per la sofferenza delle persone intorno a me, coinvolte in questa paura dilagante. Ma restarne fuori, non soffrirne, forse vorrebbe dire non essere neppure umani. Uno dei bisogni, delle caratteristiche umane è la «connettività», la «com-passione», forse è ciò che ci riporta per terra, nella realtà di «ciò che è», strappandoci alle nostre lamentele di «ciò che vorremmo che fosse»

  3. Silver Silvan scrive:

    Splendido post, davvero. Non mi meraviglia che questo mondo sia vecchio, é incentrato sulla razionalità e tutto quello che é razionale ha dovuto essere teorizzato, reso concreto e accertato come valido. Poi fornito ad esempio da seguire, per diventare certezza acquisita. Qualcosa che comporta anni ed anni, insomma. Quando comincia a traballare come modello di vita, sono passati decenni.

  4. sherpa scrive:

    Il titolo del post potrebbe essere il tema di un intero blog

  5. Alex Bonetto scrive:

    Ciao, mi piacerebbe che partecipassi al giveaway che ho organizzato sul mio blog assieme a Fra di Flors de la Terra. Si intitola “Scala la Marcia” ed invita alla pratica della decrescita. Per partecipare si aggiunge un proprio post che parli di buoni propositi. Se ti va di partecipare, eccoti il link! {http://cecrisicecrisi.blogspot.it/2012/05/giveaway-flors-de-la-terra-cosmetica.html}
    Grazie, Alex

  6. Francesco scrive:

    La decrescita è possibile anche in questi momenti, ed è proprio adesso che siamo ai ferri corti che dobbiamo cogliere la palla al balzo per cambiare la nostri vita. Downshifting non significa smettere di lavorare, significa auto-sostenerci nel modo che ci piace, magari trasformando un nostro hobby in un’attività.

    In questo periodo, in cui siamo obbligati a vivere con pochi soldi stiamo facendo il rodaggio (seppur forzato) della nostra vita nuova, chi lo vive come una costrizione, rimpiangendo quando viveva al di sopra dei propri mezzi, illudendosi di essere ricco, non ne uscirà vivo. Chi riuscirà a cambiare la propria testa, prendendo coscienza che consumare poco, auto-prodursi le cose e rinunciare al superfluo è l’unica strada, trarrà vantaggio da questo periodo storico e, attuando la decrescita, vivrà meglio.

    Il downshifiting è possibile in ogni momento perché la stragrande maggioranza della persone nemmeno prima avrebbe avuto i soldi per vivere senza lavorare, adesso si ha solo più paura di prima, ma i soldi mancavano anche prima perché sono pochi quelli che guadagno così tanto da potersi permettere una cambio di stile di vita a spalle coperte… cambiare è, è sempre stato e sempre sarà un grosso rischio, crisi o non crisi, cambia ben poco.

    Naturalmente non si parla di chi già prima stentava ad arrivare a fine mese, e ora si suicida perché non riesce a mandare avanti la famiglia, loro purtroppo sono vittime di un sistema che gli impedisce di emanciparsi e migliorare la propria condizione.

    • Exodus scrive:

      Ciao,

      io ho svolto una tesi di laurea sull’argomento “povertà e sicurezza sociale”, e i dati storici, in tutte le epoche, riportano tutti la medesima conclusione: chi non perde la propria fonte di reddito supera le crisi, chi la perde precipita nella miseria. Va bene il risparmio, la sobrietà, il riutilizzo, l’intelligenza nel consumo delle risorse. Ma, se la storia insegna qualcosa, è che se hai una fonte di reddito sopravvivi, se la perdi sei finito. Tutto il resto è contorno, è magari un gustoso contorno, ma se perdi la portata principale è tutto inutile.

      Dai dati storici sulla crisi del ’29 negli USA emerge addirittura che chi non perse il proprio lavoro stette durante la crisi addirittura meglio. Se mantieni la fonte di reddito, che tu faccia o meno decrescita, non è fondamentale. E’ una scelta, magari una buona scelta, ma non cambia l’essenziale. Se perdi la tua fonte di reddito e non la riacquisti, in ogni epoca, precipiti.

  7. Exodus scrive:

    Non ci crederai ma mi mancano tanto i tuoi post, non quelli gossip ma proprio quelli più angosciati e sofferti, dove il muro della vita non solo non si apre ma ti viene addosso e se non sei rapida a scansarti ti spiattella al muro. Ecco, mi mancano quelli, sono proprio onesti e manca tanta onestà in questa pazza rete, questo mondo esaurito e nevrotico.

    Quindi… Che fine hai fatto?🙂

    Ciao.

  8. Federico scrive:

    Hai definito molto bene il periodo che stiamo vivendo, i “tempi del nonsenso”…
    Ritmi sempre più veloci, stress che dilaga e soprattutto un concetto del lavoratore che tende a vederlo come un costo e qualcosa da utilizzare a piacimento per poi poterlo sostituire con chiunque sia in grado o dia la parvenza di poter fare di più con meno.
    Chi come me è all’inizio della vita lavorativa è sfiduciato, vede dinnanzi a sé una giungla e non un mondo del lavoro dove diritti e doveri del lavoratore compensano il loro peso sulla bilancia, come invece è insegnato a scuola e scritto nelle nostre leggi.
    Tutto questo anche a causa di uno Stato gestito da persone che pensano solamente a riempire le loro luride pance con i nostri soldi.
    Aumentano le nostre tasse, tagliano i servizi e soprattutto fanno sì che ogni attività produttiva sia paralizzata da obblighi burocratici senza senso, soprattutto quando si ha a che fare con i dipendenti.
    Le leggi a tutela del lavoratore? Solo parole scritte su carta, perché in molte realtà aziendali anche i diritti più elementari sono calpestati nel nome di una crisi economica che in realtà stanno sopportando in gran parte i soliti noti.
    Io personalmente ho la fortuna di lavorare in una bella azienda, gestita da una persona con un forte senso di correttezza e che in passato ha patito per la slealtà dei suoi dipendenti, ma non è così ovunque.
    In ogni caso, non lasciamoci prendere in giro da chi ci dice che non ci sono più i soldi e che l’unica soluzione è lavorare di più per meno: non intendo dire che sia del tutto una balla, ma è l’ora che anche chi ha sempre fatto il furbo inizi a pagare la sua parte… e visto che i tempi delle grandi proteste di massa sembrano essere finiti (almeno da noi), facciamo sentire la nostra voce in occasione delle prossime elezioni, votando in modo consapevole e mandando a quel paese chi ci ha portati a vivere e lavorare in queste condizioni!

    • Silver Silvan scrive:

      Mia madre a 53 anni era schiattata, il che significa che tra due anni potrei esserlo anch’io. Ma sai quanto me ne frega di cambiare il mondo e renderlo migliore quando non mi son presa la briga manco di mettere al mondo altri stronzi? E quelli che ci sono gia facciano la vita che si meritano.

  9. Michele scrive:

    mi fa piacere ‘ritrovarmi’ in quello che scrivete. mi piace che non sono io il solo ‘pazzo’ che sente che non e’ questa la vita. Lo so , dovrei sentirmi fortunato, io lavoro ancora, e cosi’ mia moglie, ma so anche che tutto puo’ cambiare come per altri, in un niente. Le cose che mi piace fare per diletto non mi darebbero da vivere. sculture di creta, foto, computer. sembra qualcosa, ma nella vita reale e in tempi di crisi come questi, chi volete che spenda per comprare un’opera di un sedicente scultore (della domenica?) mi costerebbero piu i materiali. Ho 51 anni. Se perdessi il lavoro perderei anche la casa , sinceramente, non ho il coraggio di cambiare anche se, speriamo di no, saremo costretti a farlo tutti come giustamente qualcuno scriveva prima. Io personalmente devo trovare un’altra strada, ovviamente non e’ detto che sia indolore….


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